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«Voglia di verde dentro la città»

LIBERTA' di mercoledì 28 marzo 2007 : All rights reserved to legal owner.«Segreta e perfetta, tenera e forte, passionale e distaccata». Con questi aggettivi viene raccontata la nostra città, sospesa nell'eterno dilemma se sia più emiliano romagnola o più lombarda.
Sul video dedicato a Piacenza scorrono immagini del centro storico, le piazze, i bar, una periferia composta e alberata, residenze d'alto rango oppure abbordabili, la vertigine verde della val Boreca, la trasparenza liquida del Trebbia. Davanti la metropoli, alle spalle l'Appennino (o viceversa). E' come vedere per la prima volta lo spazio in cui viviamo, bellissimo e rasserenante, un privilegio geografico.
Esordisce così la convention "Piacenza@Milano". Un territorio, due province" che si è svolta ieri nello Spazio Rotative di Libertà per iniziativa di Cesare Maggi (Maggi Group Real Estate) con il patrocinio di Provincia, Comune, Camera di Commercio e Confindustria.
Di fronte ad un folto parterre di autorità cittadine e di operatori anche di fuori provincia e regione, ecco l'occasione per dire a che punto siamo e dove vogliamo andare.
Molto stimolante, al riguardo, l'intervento di una personalità di primo piano, un innovatore come Gianni Verga, già assessore regionale della Lombardia. Spetta a lui l'aver «sturato il tappo di bottiglia», s'è detto, a dieci milioni di metri quadrati di aree da trasformare, ingessate per vent'anni da piani regolatori troppo «ideologici», da un'urbanistica figlia del '68 che «metteva il dito nell'occhio al privato».
Verga, oggi assessore alla Casa di Milano, racconta la storia recente del capoluogo lombardo e dell'area intorno alla metropoli, rivendica di aver introdotto un'attitudine mitteleuropea che alla fine ha capovolto quel rimpianto cantato da Adriano Celentano: «..là dove c'era il verde oggi c'è una città...». Tante aree dismesse o che avevano esaurito la vocazione industriale, bloccate da anni, oggi sono recuperate e nuovamente naturalizzate: «non cemento, ma per metà a verde, per metà trasformate». Cita le ex officine Innocenti, l'area Maserati di Lambrate, l'ex raffineria a Certosa. Tornano così i parchi da 100, 150mila metri quadrati, belli da vivere e attorno ai quali anche i valori immobiliari crescono insieme alle funzioni sociali, perché questo chiedono i nuovi abitanti.
Su Milano la prima provocazione arriva da Guglielmo Pelliccioli, direttore del "Quotidiano Immobiliare" che cita alcuni grandi nomi dell'architettura come Daniel Libeskin e Arata Isozaki: da giovani architetti - riferisce - furono colpiti dall'audacia del Pirellone e della Torre Velasca, trent'anni dopo sono ancor quelli per loro i simboli della città. Un segno che la metropoli è forse rimasta ferma troppo a lungo.
Verga rievoca lo "stop" di vent'anni dal '70 al '90 che frenò la trasformazione e riconfermò le attività industriali. Poi, i primi passi d'apertura con la Giunta Albertini e oggi sulle copertine delle riviste Milano torna a far parlare di sé con Santa Giulia di Normar Foster, il nuovo palazzo della Regione o il progetto CityLlife, dove il quartiere storico della Fiera si appresta a cambiare volto, in seguito al trasferimento del complesso fieristico in altra sede. Nell'area di 255mila mq lasciata libera si realizzerà, come noto, un nuovo polo urbano progettato da Libeskind, Zaha Hadid, Isozaki e Pier Paolo Maggiora.
Nel dibattito generale avanza un modello nuovo dell'abitare, a basso consumo energetico anzitutto, e particolarmente interessante al riguardo è l'intervento di Antonello Pezzini, consigliere Cese a Bruxelles. Anche gli appartamenti dal luglio 2009 dovranno avere una certificazione energetica indispensabile negli atti di compravendita. E la bellezza di un alloggio, dagli infissi ai rivestimenti, va sempre più coniugata con gli obiettivi Ue di riduzione del 20 per cento del consumo energetico in edilizia entro il 2020. La casa ne verrà rivoluzionata, presto avrà più valore di mercato se saprà risparmiare energia, nello spirito dei tempi.
E questo profilo ecologicamente corretto si specchia nell'immagine etica della città evocata dal filosofo Stefano Zecchi.
«La città ideale oggi deve tenersi i ragazzi, non farli andar via e dare una dimensione di vita dignitosa a chi ha versato energia e sangue come gli anziani. Non deve essere pensata solo come organismo di produzione».
Una visione allargata, che diventa operativa nella concretezza del costruire spazi nuovi dove i Comuni decidono le funzioni, il privato mette risorse.
Verga, in merito, dà un buon consiglio: «Le amministrazioni devono agire come un padre di famiglia, portare guadagno alle casse pubbliche e benefici complessivi alla comunità con servizi, verde».
Ma come dialogare, per esempio, con il Demanio a cui stanno arrivando beni in dismissione, quali le caserme piacentine? Un altro consiglio da tener stretto arriva dall'avvocato esperto in diritto urbanistico Riccardo Delli Santi. Bisogna evitare che il privato acquisti beni immobili o aree, pagando tanto ma nutrendo magari aspettative non corrette perché non confortate dalla visione pubblica della destinazione d'uso. Il circolo virtuoso mette al primo posto l'esigenza di stringere una società tra pubblico e privato, poi di acquisire il bene. Il pubblico ha il potere di trasformare, il privato ha i denari. Una società simile è anche in grado di contrattare un prezzo equo con il Demanio. «A Piacenza lancerei un bando - esorta - per selezionare chi ha le idee più brillanti secondo il Comune, e poi Comune e privati, devono diventare insieme la controparte del Demanio, che non dovrà così mettere a gara il bene».


28/03/2007 15.06.40

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